I risvolti psicologici della guerra
La storia ci insegna che la guerra genera orrore e gli strascichi producono problematiche su varia scala, sia a livello fisico sia a livello mentale. Come se non bastasse, il conflitto russo-ucraino arriva mentre siamo nel terzo anno di pandemia da Coronavirus, che ha destabilizzato la salute mentale generale, facendo nascere condizioni di vario tipo come lo stress da pandemia.
Il caso storico più eclatante è la Prima Guerra Mondiale, il primo vero contesto bellico dal quale possiamo provare la nascita delle malattie mentali associate alla guerra.
Tuttavia, all’epoca, i danni psicologici registrati erano trattati con superficialità. Fatto sta che le prime informazioni sui danni psicologici causati dalla guerra risalgono al 1915 quando verrà coniata l’espressione “Shell Shock” (shock da bombardamento).
I sintomi registrati erano svariati: troviamo tremori irrefrenabili, ipersensibilità ai rumori, tachicardia, inespressività, muscoli irrigiditi, paralisi, palpitazioni, insonnia e mutismo.
Un fenomeno pressoché nuovo nelle società di quei tempi, come gli atteggiamenti di chi tornava dalla guerra: persone dissociate dalla realtà, con movimenti meccanici, sempre con occhiali scuri perché infastiditi dalla luce, con molte crisi di pianto.
Oggi tutto questo ha un nome e una diagnosi ben precisa, ovvero quella di disturbo post-traumatico da stress ed insorge in soggetti che hanno vissuto eventi drammatici o disastri naturali e che hanno messo a rischio la propria vita. I sintomi del disturbo da stress post-traumatico possono essere suddivisi in categorie: intrusioni, evitamento, alterazioni negative nella cognizione e nell’umore e alterazioni nell’eccitazione e reattività.
Generalmente, chi ne soffre ha frequenti ricordi indesiderati che rievocano l’evento scatenante. Sono frequenti gli incubi relativi all’evento.
Meno comuni sono gli stati dissociativi transitori in cui gli eventi vengono rivissuti come se stessero accadendo (allucinazioni), causando talvolta la stessa reazione avuta nella situazione originaria (ad esempio rumori forti come fuochi d’artificio possono scatenare una rievocazione di un combattimento, che può spingere i soggetti a cercare di ripararsi o a gettarsi a terra per proteggersi).
Se pensiamo che i danni psicologici di una guerra siano radicalizzati unicamente nei conflitti che hanno visto il coinvolgimento di tantissime nazioni, allora ci sbagliamo. Qualsiasi guerra, di qualsiasi portata e di qualsiasi natura, può generare danni a livello psicologico non solo su chi è in prima linea a combattere un conflitto, ma anche chi ne subisce gli effetti e non si tratta soltanto di effetti a breve termine, ma di strascichi per tutta la vita.
Nel 2020 la pandemia da Coronavirus e i numerosi lockdown hanno lasciato segni abbastanza visibili nella nostra salute mentale, resa ancora più precaria dall’incertezza dei tempi: diminuzione dei posti di lavoro, chiara incertezza generale per il futuro, crisi economica.
In questo contesto di continuo stress e agitazione per il presente e per il futuro, il conflitto in Ucraina ha solo peggiorato lo stato delle cose. Per cominciare, ha un effetto straziante su madri e bambini in gravidanza, aumenta la nascita prematura e la mortalità infantile.
I bambini più grandi mostrano livelli aumentati di ansia e depressione e tutto ciò porta a una salute mentale e fisica peggiore fino all’età adulta. E anche chi non partecipa direttamente al conflitto rischia danni psicologici.
Basti pensare a quante volte abbiamo già sentito parlare di “Terza Guerra Mondiale” o “bombe atomiche”. C’è il rischio della Sindrome da Burnout causata da una forte stanchezza emotiva che può farci cadere in un limbo fatto di tensione e incapacità di risollevarci per un evento su cui non abbiamo il controllo.
Ansia, paura, agitazione, depressione e psicosi possono essere solo alcune delle condizioni che la guerra in Ucraina rischia di incrementare. A questi fattori di rischio, si sommano gli effetti psicologici del distacco e della mancanza degli abituali riferimenti familiari ed affettivi.
Ed è proprio per tutti questi motivi che la guerra non è mai la soluzione più giusta, qualsiasi sia il fine o lo scopo e come cita Albert Einstein “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.”
A cura della
Dott.ssa Federica Arena
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