La gravidanza e la maternità costituiscono un periodo di profondi cambiamenti, non solo corporei ma anche e soprattutto psicologici associati all’evento della nascita del bambino. I futuri genitori inizieranno a fantasticare su quello che sarà il loro bambino e saranno sopraffatti da pensieri del tipo “sarò un bravo genitore?”, “sarò in grado di prendermi cura del mio bambino?”. La gravidanza, e la maternità, nonostante non siano vissute da tutte le donne nello stesso modo, poiché muta a seconda del proprio vissuto, nell’immaginario collettivo sono connotate sempre e solo in senso positivo e, la futura mamma o la neo mamma si trova spesso in imbarazzo ad esprimere i suoi timori, le sue ansie e la sua stanchezza perché è come se andasse controcorrente. Il benessere psicologico può essere compromesso da eventi stressanti o traumatici anche in gravidanza, per esempio: un lutto perinatale, un parto difficile, complicanze mediche, subire violenza fisica o psicologia (come quella ostetrica). Recentemente, nella notte tra il 7 e l’8 gennaio 2023 è morto un neonato di tre giorni mentre la madre lo stava allattando. Quest’ultima, lasciata sola con il neonato nella propria stanza, stremata dalle fatiche del parto si è addormentata e la sua prima reazione è stata senza alcun dubbio il senso di colpa per non aver saputo proteggere il proprio figlio. A tal proposito, è necessario mettere fine ad alcune equazioni “maternità-dolore”, “sacrificio- amore materno” e porre fine alla convinzione perpetuata, soprattutto negli ambienti pre-parto, che tenere i neonati attaccati al corpo della madri possa compromettere la serenità di entrambi e/o l’allattamento al seno e agli stereotipi del ”sopportare il dolore del parto è la prima prova di una mamma”. È giunto il momento di sfatare alcuni miti sugli aspetti psicopatologici della maternità come per il Baby blues (una condizione di tristezza, difficoltà di concentrazione e irritabilità che dura per un periodo limitato, solitamente per un massimo di 2 settimane); la Depressione post partum (una forma di disturbo depressivo che ha il suo esordio tra la sesta e la dodicesima settimana dopo il parto); la Psicosi puerperale (un grave disturbo psichiatrico i cui sintomi posso includere deliri, allucinazioni e pensiero disorganizzato). Tali fattori esistono e si possono manifestare per svariati e numerosissimi motivi e ciò non vuol dire che averli è sinonimo di “essere una cattiva madre” come, di conseguenza, il non averli non è sinonimo di “essere una buona madre”. Utilizzando le parole di una psicanalista contemporanea, la dott.ssa Stefania Andreoli, bisogna ricordare, laddove necessario, che “una donna è innanzitutto un essere umano e che, se e quando diventa madre, ha già all’attivo decenni di vita”. Questo significa aver fatto esperienze per sé, con sé e con gli altri. La dignità di un’esistenza si compie in una vasta gamma di eventi e dunque di soddisfazioni che raccolgono una moltitudine di esperienze uniche, in cui la maternità è solo una di queste. Bellissima ed unica, come tutte le altre.Per ragioni storico-culturali, la donna invece per i più acquisisce dignità nel momento in cui mette al mondo un figlio. Implicitamente attraverso e verso il sacrificio, dal parto alla crescita dei figli.Si giunge quindi a riflettere su quanto importante e necessario sia liberare la maternità da quel peso che fa convergere in sé tutte le pressioni esterne, non permettendo l’espressione autentica della propria maternità che altrimenti correrebbe il rischio di diventare una performance, che per sua natura è orientata al risultato, ben poco ai bisogni e alle emozioni. Purtroppo in alcuni casi, come abbiamo visto, è già spiacevolmente accaduto.

 Redatto dalle Dott.sse Braccini Noemi, Caccavale Claudia, Geremia Antonietta.