IL DISASTRO È ORGANIZZATO, I SOCCORSI NO.
Il ruolo della Psicologia dell’emergenza.
Gaber scriveva nel lontano 1974:
“Un bacillo che saltella
Che si muove un po’ curioso
Un batterio negativo
Un bacillo contagioso,
Serpeggia nell’aria
Con un certo mistero
Le voci sono molte
Non è proprio un segreto
La gente ne parla a bassa voce
La notizia si diffonde piano
La gente ha paura
Comincia a diffidare
Si chiude nelle case
Uno scoppio di terrore
Un urlo disumano”
Verso dopo verso si ha la sensazione di ripercorrere, esattamente, l’inizio della pandemia. Purtroppo, in questo caso, il presente è d’obbligo visto che il virus continua a contagiare…serpeggiando, come diceva Gaber, nell’aria. La pandemia ha messo a repentaglio la normale quotidianità e le ordinarie capacità di coping degli individui, catapultando, prima, l’intera comunità e, poi, i singoli individui in una realtà completamente diversa.
Calamità naturali, disastri tecnologici (dagli incidenti industriali a quelli chimici e nucleari), sanitari (come epidemie o pandemie), sociali (come attacchi terroristici, sommosse, migrazioni forzate con forte presenza di rifugiati, ecc.) o gravi incidenti stradali o sul lavoro, atti delinquenziali di violenza con persone scomparse, rapite, torturate, conflitti fra stati o etnie sono tutte situazioni in cui interviene la Psicologia dell’emergenza.
Ma cos’è la Psicologia dell’emergenza?
È una branca della Psicologia nata con lo scopo di comprendere e sostenere le menti individuali e collettive che fronteggiano eventi potenzialmente distruttivi, prima, durante e dopo il loro manifestarsi. La Psicologia dell’emergenza si occupa sia delle persone direttamente coinvolte negli eventi critici (vittime primarie) sia dei loro familiari, amici e delle persone che sono state testimoni dello stesso evento (vittime secondarie) sia dei soccorritori (vittime terziarie). Sbattella (2009) sottolinea come la dimensione psicologica di un contesto emergenziale sia contraddistinta dai seguenti aspetti:
- una situazione interattiva caratterizzata dalla presenza di una minaccia;
- una richiesta di attivazione rapida e di rapide decisioni;
- percezione di una sproporzione improvvisa tra bisogno (cresciuto per intensità, ampiezza, numerosità, ritmo) e potenziale di risposta attivabile dalle risorse immediatamente disponibili;
- un clima emotivo congruente.
Lo Psicologo dell’emergenza si inserisce come figura in un sistema che vede coinvolti differenti professionisti tra i quali: medici, infermieri, operatori del 118, forze dell’ordine, vigili del fuoco, militari, polizia di stato, Croce rossa, protezione civile, ecc. Fondamentale è una preparazione specifica rispetto alle diverse fasi del supporto psicologico soprattutto nell’applicazione di tecniche mirate.
Non ci si improvvisa Psicologi né tantomeno Psicologi dell’emergenza. In uno stato di emergenza lo Psicologo deve fare attenzione alle naturali risposte fisiologiche degli individui. Prima cosa da fare è adottare un paradigma di salute pubblica, volto a promuovere il benessere psicologico e a prevenire e curare le problematiche più drastiche, innescate o aggravate dall’emergenza. Lo Psicologo dell’emergenza fornisce supporto attivo a tutti i professionisti e volontari coinvolti, aiutandoli ad affrontare la sofferenza delle vittime così come la propria tensione nell’agire.
Il mondo non ha fatto a meno di minacce e pericoli nel tempo e la Psicologia dell’emergenza ha avuto, in questi ultimi anni, un crescente evolversi: sono aumentati gli strumenti di protezione e di previsione dei rischi; è cresciuta anche la consapevolezza del ruolo che la mente ha nel prevedere, prevenire, gestire e riparare i danni causati dall’uomo, dalle tecnologie o dalla natura.
Privati del proprio spazio, del proprio tempo, dei legami familiari, dei propri ruoli, delle proprie abitudini e sicurezze, le persone si vedono messa difronte una realtà completamente diversa che, inevitabilmente, incide sulla psiche, costringendoli a mettere in atto un processo di adattamento verso una situazione che ha cancellato tutti i segni di riconoscimento personale. L’impatto è forte e ciò che era stato fino ad un attimo prima si fa ricordo di un passato che sembra lontano ma che risale solo alla notte prima.
Tutto questo richiede una riorganizzazione a livello individuale e collettivo a cui molti non sono pronti. Il tutto accade in maniera incontrollata, imprevista e l’uomo, che di solito ama avere tutto sotto controllo, cade inesorabilmente in uno stato di agitazione. (Franco de Felice, Claudia Colaninno, 2008. Psicologia dell’emergenza. 1° ed. (s.I): Franco Angeli).
Che sia la guerra la madre di tutte le emergenze, che lacera famiglie e intere comunità, che annienta in ogni modo possibile l’uomo. Che sia un disastro nucleare, uno tsunami, un atto terroristico improvviso in centro città, la paura, l’ansia e l’incertezza saranno protagonisti indiscussi visibili nel corpo e nella psiche di ogni donna, uomo o bambino coinvolto.
La Psicologia dell’emergenza è un campo che trova la sua azione nei periodi più bui di una comunità di un paese o del mondo intero, che trova i suoi destinatari smarriti, barcollanti nell’incertezza di quello che gli è rimasto, costretti a mettere in atto meccanismi di adattamento ad una realtà che appare anonima e spersonalizzante. La nuova identità sociale diventa quella del “terremotato”, del “sopravvissuto”, della “vittima”, del “superstite” o oggi “del negativo da Covid”. (Franco de Felice, Claudia Colaninno, 2008. Psicologia dell’emergenza. 1° ed. (s.I): Franco Angeli)
Periodi che nel loro totale caos ti concedono a fatica di ricostruire lì dove la notte prima era tutto completamente distrutto. Ricostruire risulta, spesso, più impegnativo e doloroso, ma ricostruire sulle macerie dà la possibilità di creare fondamenta più forti facendo affidamento alla memoria di quello che è stato il passato. Anche se il passato era solo un giorno prima.
A cura della
Dott.ssa Giuseppina Angelino Daniele
Con la supervisione del
TCE Therapy Center Corsi e Formazione
e
Dott. Elpidio Cecere
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