MAMMA E PAPÁ: GENITORI O AMICI?

I “no” che fanno… bene!

Rispetto a qualche decennio fa, il ruolo dei genitori è molto cambiato.

Permissività, empatia e alleanza sono alcuni dei valori che connotano il ruolo del genitore nell’epoca attuale, tradendo quelli che erano i caratteri del modello patriarcale ossia severità, disciplina e rispetto dei ruoli.

Tra vari fenomeni di diversa natura, famiglie sempre meno numerose e crescita del benessere economico hanno, probabilmente, contribuito a questa metamorfosi del modello familiare, giunto oggi a una deriva preoccupante.

Se da una parte lo scambio e il conforto sono diventati i capisaldi del rapporto genitori-figli, dall’altra l’adulto perde la sua funzione educatrice, ostacolando la conquista dell’autonomia del figlio.

Gli adolescenti, in passato, si ribellavano ai genitori per rivendicare il proprio diritto di esprimersi; diversamente, gli adolescenti di oggi soffrono per la vergogna di non riuscire a rispettare le proprie aspettative (Montesi, 2020).

In una conferenza tenuta a Novara nel 2012, M. Recalcati sostiene che il nostro è il tempo dell’evaporazione del padre, della frantumazione della sua autorità simbolica.

Per Freud, il padre simboleggia la Legge (“Tu non puoi…”). Tale Legge introduce nell’umano la dimensione dell’impossibile (non si può avere tutto, non si può sapere tutto).

È un qualcosa di traumatico ma al contempo di benefico, poiché rende possibile il desiderio. Se un bambino non fa esperienza del “no”, non diventerà, o diventerà con più fatica, un soggetto del desiderio.

Lacan sostiene che, oltre che simbolo della Legge, il padre deve essere in grado di donare qualcosa al proprio figlio. Un padre è colui che sa unire, e non opporre, il desiderio alla Legge.

Se il fine della Legge è il sacrificio del desiderio allora si tratta di una Legge inumana (Recalcati, 2012).

In un intervento tenuto nel 2018, in occasione dell’evento culturale Festa di Scienza e Filosofia, lo psichiatra P. Crepet ha sostenuto che un genitore esprima la sua idiozia quando dice di non aver mai fatto mancare nulla al proprio figlio, poiché il compito di un genitore dovrebbe essere proprio quello di dare la mancanza al figlio, per evitare che le sue facoltà (ingegno, talento ecc.) risultino inutili.

Il coraggio di dire “no” è, dunque, fondamentale in tale rapporto.

Comunicare ai propri figli, per lo più in maniera indiretta, la presa in carico e la soluzione dei loro problemi è deleterio per la prole: i genitori dovrebbero essere istruttori di volo per i propri figli, e non ricattatori che sperano che la loro permanenza nella casa di origine si prolunghi oltre il necessario (Crepet, 2018).

Nel suo libro L’ora di lezione (2014), M. Recalcati sottolinea quanto il rapporto paritario tra genitori e figli spenga ogni funzione educativa da parte dei primi, che si sentono sempre più impegnati a demolire gli ostacoli che testano i figli per garantire loro un successo esente da traumi, piuttosto che a personificare il senso simbolico della Legge.

Nella fattispecie, l’autore sottolinea il riflesso di questo rapporto in ambito scolastico: basti pensare a quanto un voto considerato ingiusto da parte di un figlio possa motivare le proteste accese dei genitori verso gli insegnanti.

Il patto generazionale tra genitori e insegnanti si è dissolto. I genitori sono divenuti alleati dei figli, lasciando agli insegnanti la responsabilità di fare da genitori agli allievi (Recalcati, 2014).

Appare, dunque, evidente che un’amicizia tra genitori e figli nel senso stretto della parola risulta impossibile per vari motivi: la dipendenza dei figli dai genitori, la differenza d’età, la gerarchizzazione della società familiare ecc. Sono tutti fattori che danno necessariamente vita a un legame diverso (I P. Pujol, 2004).

S. Minuchin sostiene la presenza di diversi sottosistemi all’interno del sistema familiare: genitori, fratelli, nonni ecc. Essi sono circoscritti da confini che stabiliscono ruoli e funzioni.

Un criterio che lo psichiatra argentino adotta per valutare il funzionamento di una famiglia riguarda il livello di chiarezza dei suoi confini, portandolo a distinguere tre tipi di famiglia:

famiglia funzionale: i confini sono definiti, non ci sono intrusioni tra i sottosistemi che mantengono una loro autonomia ma permettono lo scambio di informazioni e contatti tra i membri;

famiglia invischiata: i confini sono labili e confusi, e l’autonomia è carente. Il comportamento di un componente condiziona tutti gli altri, varcando i confini;

famiglia disimpegnata: i confini sono rigorosi, i sottosistemi sono esageratamente separati tra loro. Lo scambio emotivo e informativo è arduo. Non c’è senso di appartenenza rispetto alla famiglia (Gargiulo Maffei, 2020).

La celebre serie televisiva statunitense Una mamma per amica (2000-2016), rappresenta perfettamente il rapporto invischiato tra genitori e figli descritto da Minuchin.

La distanza generazionale tra madre e figlia è livellata, praticamente nulla. La madre si intromette nella vita della figlia, nelle sue scelte, e viceversa, portando spesso il loro rapporto ad un livello conflittuale.

Come afferma lo psicologo statunitense S. Poulter, questo atteggiamento materno deriva talvolta da conflitti irrisolti con i propri genitori che portano alla convinzione di dover stabilire un rapporto paritario con i propri figli; ma i figli non hanno bisogno di amici, piuttosto di una genitorialità salda, che funga da guida (Tridico, 2016).

In conclusione, i genitori dovrebbero sperimentarsi in una funzionale via di mezzo tra i valori del passato e quelli attuali, in una modalità che protegga i bisogni di bambini e ragazzi, senza, tuttavia, rinunciare ai compiti di genitore.

La libertà decisionale lasciata ai bambini e ai ragazzi di oggi risulta addirittura eccessiva, quando dovrebbero essere i genitori stessi a farsi carico di certe decisioni e responsabilità, come quella di stabilire a che ora il bambino debba andare a letto, ad esempio (Montesi, 2020).

Un buon genitore non dice al proprio figlio qual è il desiderio giusto da seguire, non è un moralista, ma mostra con la sua stessa vita che quest’ultima può essere animata dal desiderio; ciò non avviene attraverso la parola, ma tramite la testimonianza (Recalcati, 2012).

A cura del

Dott. Ciolfi Luca

Con la supervisione del

TCE Therapy Center Corsi e Formazione

                                                                                                                    e

Dott. Elpidio Cecere

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