COSA SIGNIFICA EDUCARE I PROPRI FIGLI?

Come cercare di essere buoni e imperfetti genitori.

Parlare di educazione dei figli risulta, sempre abbastanza complesso. Ciò dipende dall’attenzione con cui questo tema deve essere trattato data la sua rilevanza e data la molteplicità dei fattori a cui, spesso, bisogna fare riferimento.

Inoltre, a costituire un problema di non poco conto sono le aspettative dei genitori. Questi ultimi, solitamente, si aspettano di ricevere delle informazioni precise e dettagliate su come essere “genitori perfetti”.

Lo scopo di questo articolo è fornire delle conoscenze generali su aspetti inerenti all’educazione dei figli, perlopiù basate sulla letteratura scientifica, e offrire degli spunti di riflessione da cui i genitori possono ri-pensare il proprio ruolo in maniera più funzionale.

Innanzitutto, è fondamentale riconoscere che il concetto di educazione ha a che fare con la sfera cognitiva, la sfera affettiva e la sfera comportamentale e non fa assolutamente riferimento a un set di istruzioni e regole prestabilite da imprimere ai propri figli.

Nonostante ciò, grazie alla ricerca scientifica, è possibile individuare delle modalità comportamentali che possono favorire un esito educativo che comporti, con maggiore probabilità, il benessere dei propri figli.

Secondo LeVine (1974; 1988), a livello universale gli obiettivi di base perseguiti dai genitori attraverso l’educazione sono tre:

  • sopravvivenza: assicurare la salute del figlio;
  • benessere economico: aiutare il figlio ad acquisire le competenze necessarie per essere economicamente autosufficiente da adulto;
  • autorealizzazione: promuovere e sostenere le facoltà che permettono l’interiorizzazione dei valori culturali che riguardano ad esempio la moralità, il prestigio e la realizzazione personale.

Questi obiettivi vengono ricercati in maniera gerarchica.

Altri due compiti fondamentali sono la definizione di limiti e confini, attraverso cui il bambino può apprendere quali siano i comportamenti da attuare e quali, invece, siano dannosi per sé o per gli altri (Waters, Virmani, Thompson, Meyer, Raikes & Jochem, 2010), anche in relazione al contesto di appartenenza, e il permettere ai propri figli di sentirsi liberi di esprimersi e di perseguire i loro interessi (Sanders & Mazzucchelli, 2017).

In particolare, questo ultimo punto è di fondamentale importanza perché va a scontrarsi con alcune condotte che, a volte, avvengono nelle famiglie.

Infatti, può accadere che i genitori trasferiscano i loro desideri e i loro bisogni sui figli e che vogliano soddisfarli attraverso loro.

La psicoanalista Greta Bribing (1959; 1961) definisce la gravidanza come un processo nel corso del quale si riattivano conflitti legati all’infanzia e si riattualizzano processi di identificazione inconsci con la propria madre:

riconoscere i propri figli come individui dotati di proprie caratteristiche, di proprie volontà, di propri desideri ha una notevole rilevanza.

Questo riconoscimento del bambino come persona indipendente risulta avere un importante ruolo anche in quelle attività a cui, nel linguaggio comune, si fa immediatamente riferimento quando di parla di educazione, ossia le tecniche di controllo.

Le tecniche di controllo comprendono tutti quei comportamenti messi in atto per cambiare il corso dell’attività di un’altra persona, con il fine di incanalare queste attività in certe direzioni (Schaffer, 1998).

Il controllo genitoriale risulta più efficace quando implica il dare informazioni chiare e quando vi è una condivisione di potere (Crockenberg & Litman, 1990).

Quanto più saranno coercitive le tecniche di controllo e quanto minore il tentativo di mantenere un grado di reciprocità, tanto maggiore sarà la probabilità che l’obbedienza non sia raggiunta e che non avvenga l’interiorizzazione dei valori (Putallaz & Heflin, 1990).

Inoltre, un elemento fondamentale, che fa da sfondo agli altri aspetti, è la presenza di una relazione affettuosa e di sostegno (Rocissano, Slade, Lynch, 1987). Bowlby (1988) ha sostenuto che i genitori devono essere la base sicura da cui i bambini possono partire per esplorare e tornare quando ne hanno bisogno.

Allo stesso modo, riferendosi alla fase adolescenziale, Scabini (1995) parla di protezione flessibile, definibile come la capacità dei genitori di favorire l’autonomia dei figli pur riconoscendo la presenza di diversi aspetti di dipendenza.

Le relazioni familiari coese, supportive e caratterizzate da una buona apertura al dialogo rappresentano un fattore protettivo nei confronti di disagio psicologico e di comportamenti a rischio (Barber & Buerhler, 1996; Fischer & Feldman, 1998).

Oltre all’apertura al dialogo e al controllo genitoriale, un altro aspetto che gioca un ruolo importante nel favorire la crescita ottimale dei figli è il sostegno genitoriale, ossia la percezione di poter contare sui propri genitori.

Queste tre componenti, viste in ottica dimensionale, vanno a caratterizzare le quattro categorie con le quali si classificano gli stili educativi (Baumrind, 1967; MacCoby & Martin, 1983):

  • stile autoritario: caratterizzato da elevato controllo, assenza di disponibilità al dialogo e scarso sostegno affettivo;
  • stile supportivo: caratterizzato da scarso controllo, elevato sostegno affettivo e disponibilità al dialogo;
  • stile autorevole: caratterizzato da elevato controllo, alto sostegno affettivo e disponibilità al dialogo;
  • stile permissivo-inesistente: caratterizzato da scarso controllo, assenza di disponibilità al dialogo e scarso sostegno affettivo.

La ricerca ha dimostrato come lo stile educativo autorevole sia in grado di promuovere lo sviluppo dei figli e favorire il loro benessere psicologico e sociale in misura maggiore rispetto agli altri (Steinberg et al., 1994; Lyon, 1996; Cattelino & Bonino, 1999; Ciairano et al., 2001).

Va sempre ricordato, comunque, che le caratteristiche delle relazioni familiari vanno modulate in base all’età, dirigendosi sempre verso una maggiore reciprocità e simmetria (Meeus et al., 1996).

Ciò significa, ad esempio, che il controllo dei comportamenti va progressivamente ridotto.

Anche un elevato livello di sostegno genitoriale nella tardoadolescenza può diventare un problema, impedendo il raggiungimento dell’autonomia dei figli (Scabini, 1998).

Alcune problematiche che, soprattutto nel contesto attuale, si possono verificare all’interno della famiglia sono legate alla mancanza di una definizione dei ruoli.

Un esempio di alterazione patologica dei legami familiari è l’“accudimento invertito”, che identifica una situazione nella quale il figlio si “genitorializza”, condizione capace di comportare conseguenze molto negative nel bambino a lungo termine.

Altro esempio, può essere la tendenza a “dimenticare” le funzioni genitoriali e a comportarsi da fratello o amico. Uno degli errori, inoltre, che più spesso fanno i genitori consiste nel voler a tutti i costi non fare errori.

Essere capaci di tollerare i propri errori e mostrare ai propri figli che è possibile sbagliare costituisce un’importante opportunità di crescita che può evitare vissuti ansiosi legati all’ “essere perfetti” sia nei genitori sia nei figli.

In conclusione, dopo aver fatto luce su alcuni dei compiti della funzione educativa, sugli aspetti che favoriscono una buona riuscita dell’attività educativa e sugli stili educativi, è importante evidenziare la possibilità di contattare uno psicologo in situazioni in cui i genitori possono trovarsi in difficoltà con i propri figli.

Il parent training consiste proprio in un intervento psico-educativo attraverso cui vengono fornite conoscenze e abilità ai genitori per gestire situazioni problematiche.

A cura di

Dott.ssa Kimberly Loffredo

e

Dott. Manuel Perretta

Con la supervisione del

TCE Therapy Center Corsi e Formazione

                                                                                                                    e

Dott. Elpidio Cecere

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