-L’INTERVISTA –

Suicidi nelle università, fenomeno che non accenna a fermarsi.

Il parere degli esperti.

Il più recente risale a poco tempo fa. Il 10 ottobre 2021 un ventinovenne iscritto alle facoltà di Economia a Bologna si è lanciato giù da un ponte.

. Aveva annunciato la sua laurea per quel giorno chiedendo ai genitori di raggiungerlo per la seduta, ma in realtà mancavano molti esami al completamento del ciclo di studi.

Caso analogo a Napoli: il 19 luglio un ragazzo si è gettato da una finestra della facoltà di Lettere moderne, anche lui aveva programmato i festeggiamenti per una laurea che non sarebbe arrivata.

Pesi dell’anima troppo difficili da sostenere, che hanno portato a gesti estremi.

Questi sono gli ultimi di una lunga scia di episodi simili, a livello nazionale e gloale ai quali sembra difficile porre un freno: basti pensare che secondo l’Oms, a livello globale, il suicidio è considerato una delle quattro principali cause di morte fra gli individui di età compresa tra i quindici e i ventinove anni.

«È assolutamente possibile e doveroso da parte nostra intervenire su una tematica così delicata»

affermano i dottori tirocinanti del Therapy CEnter di Elpidio Cecere, psicologo e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, coordinati dalla sezione TCE Therapy Center Corsi e Formazione, che continuano: «È opportuno garantire all’interno delle università percorsi di sostegno psicologico sia individuale che di gruppo, in cui gli studenti possano sentirsi accolti e supportati, condividendo esperienze e difficoltà, sia scolastiche che di vita, affinché nessuno studente possa sentirsi solo o abbandonato».

In particolare al dottor Luca Ciolfi chiediamo:

Possiamo intendere il fenomeno dei suicidi in queste circostanze come un vero e proprio fenomeno sociale con basi in un disagio comune?

«Il suicidio rappresenta la punta dell’iceberg di uno stagno profondo in cui l’individuo, sofferente, si dimena tra fantasmi, angosce, relazioni disfunzionali; la scia di sofferenza che tale evento consegna ai superstiti smuove, enormemente, il sistema sociale, quanto meno quello più prossimo al suicida.

Nel tentativo di scorgere una sorta di base che possa spiegare la scelta del suicidio tra gli studenti universitari, ci si può avvalere dei dati estrapolati da alcuni studi.

Lew et al. (2019) hanno rilevato che i principali fattori di rischio per il comportamento suicidario sono la disperazione, la depressione, e stress.

Maggiore è la gravità della depressione, maggiore è il livello di stress e disperazione; di conseguenza, il rischio di suicidio tra gli studenti universitari aumenta. Lo stress, come accennato, è un altro fattore di rischio suicidario: progetti, stage e studio riservano poco tempo ad attività di svago.

La lontananza da casa, inoltre, comporta un certo adattamento alle nuove modalità di vita. Inoltre, le tensioni psicologiche risultano essere, secondo un recente studio, fortemente associate a comportamenti di suicidio negli studenti universitari (Song et al., 2019); anche il nevroticismo pare essere correlato all’aumento del rischio suicidario (Anny Chen et al., 2020)».

Quanto l’ambiente circostante, inteso come comunità di individui col quale si interagisce, può influire sulla condizione psicologica di una persona?  

La Dott.ssa Kimberly Loffredo risponde: «Nel caso dei numerosi suicidi in ambienti universitari, tra le ragioni che potrebbero aver spinto e continuare a spingere i ragazzi a compiere questi gesti disperati, potremmo considerare numerosi fattori inerenti all’ambiente familiare ma anche universitario; ad esempio, la necessità di dover mentire sull’avanzamento del proprio percorso di studi potrebbe essere dovuto ad un ambiente familiare non favorevole all’ascolto e alla comprensione ma anche da un senso di inadeguatezza provato nei confronti dei pari o dei familiari.

Questi aspetti potrebbero sicuramente contribuire a creare un ambiente favorevole per un condizionamento psicologico sempre maggiore nei soggetti con un’identità più fragile, portandoli a percepire le bugie come l’unica alternativa possibile in grado di soddisfare le aspettative altrui».

Cosa deve cambiare nella mentalità generale ed individuale per evitare tali eventi tragici?

«Sicuramente ciò che deve cambiare è il modo di vedere e di vivere l’università. L’università deve essere una scelta e non una conseguenza della vita, una scelta libera e non forzata dalla società e dalle aspettative familiari»

risponde la dottoressa Anna Alberico, che continua: «Molte volte scegliamo di iscriverci all’università perché è quello che gli altri si aspettano da noi e non lo facciamo seguendo le nostre inclinazioni. Un altro aspetto da cambiare nella mentalità odierna è la corsa per la fine del percorso di studi, come se laurearsi in tempo possa renderci persone migliori agli occhi degli altri.

Dobbiamo tener conto che l’università è un percorso diverso per ognuno di noi, con i suoi tempi e le sue difficoltà, purtroppo invece viene visto come una gara a chi corre più velocemente, a chi porta a casa i voti migliori. 

L’università è anche vista come la perfezione, quella perfezione malsana che spinge gli studenti a rinunciare ad un 29 per puntare sempre più in alto, al 30, alla lode, solo per riempirsi la bocca di un voto che poi non è altro che un numero.

Per il più delle volte gli studenti non hanno paura di affrontare l’esame di per sé ma hanno paura di fallire, paura di tornare a casa con la testa bassa e comunicare di aver fallito.

Le pressioni dei parenti, degli amici e della società influenzano molto la vita degli universitari, il peso delle aspettative grava sul benessere psicofisico dei ragazzi. I genitori invece devono imparare la differenza tra sostegno e pressione.

I figli vanno sostenuti e incoraggiati, rispettando i loro spazi e i loro tempi. Purtroppo spesso i genitori cercano di ottenere dai figli ciò che non sono riusciti ad ottenere nella loro vita, attraverso i figli puntano alla realizzazione di sé stessi».

È possibile intervenire in qualche modo?

«È possibile intervenire cambiando la struttura dell’università stessa, favorendo lezioni e attività di gruppo, dimostrando allo studente che le difficoltà, le sconfitte sono normali e accettabili. Le università italiane sono ancora troppo strutturate, troppo formali.

La figura del professore spesso spaventa non accoglie, questo crea nello studente già fragile ulteriori insicurezze. Il modo migliore per intervenire è prevenire e sensibilizzare. Diffondendo informazioni a riguardo, attivando supporto psicologico da parte di personale esterno e formando il personale universitario a riconoscere precocemente gli studenti in difficoltà.

Una maggiore coesione tra i membri della famiglia potrebbe contribuire a diminuire l’incidenza di fattori quali stress e senso di inadeguatezza, incoraggiando e supportando i propri figli nei momenti di difficoltà, piuttosto che demoralizzarli sminuendo le loro frustrazioni, così da permettere la costruzione di un’identità psicologicamente più solida».

I dottori così concludono: «Quindi, sistema universitario e familiare sono i capisaldi sui quali occorrerebbe far leva, verso i quali, cioè, promuovere un nuovo modo di valutare e comunicare con studenti e figli, evitando pressioni angoscianti, che spesso hanno a che fare più con sé stessi che con gli altri, e aprendo la mente all’ascolto autentico.

La maggior parte delle volte si ascolta l’altro per rispondere, non per comprendere».

Redatto da

Massimo Pio CarolloEsperto in Comunicazione del Tce-Therapy Center

Con la partecipazione di:

TCE Therapy Center Corsi e Formazione,

Dott. Elpidio Cecere,

Dott.ssa Alberico Anna,

Dott. Ciolfi Luca,

Dott.ssa Loffredo Kimberly.

Commenta