DIMMI CHI SONO

L’altro come specchio del nostro essere

Per quanto ci si sforzi di apparire sempre perfetti, questo impegno può non bastare. Ma bastare a chi, a sé stessi o agli altri?

L’altro è sempre presente nella nostra vita, in modo più o meno esplicito, ne è parte fondante. Dalla relazione con l’altro, l’individuo nasce e si evolve.

È importante sottolineare che l’essere umano necessita di riconoscimento da parte dell’altro per poter costruire la propria identità, specie nelle prime fasi della vita; il problema sorge quando, col passare del tempo, a questo riconoscimento viene attribuito un peso maggiore rispetto all’affermazione della propria identità.

La disapprovazione altrui determina spesso non riconoscimento, malessere emotivo, esclusione e senso di inadeguatezza. Le persone che temono il giudizio degli altri tendono a mettere in atto comportamenti iper-controllati per evitare mosse false.

Alla radice di tale atteggiamento c’è una scarsa autostima; si tende a non vedere le proprie qualità al di là del riconoscimento altrui. Nulla ha valore, a partire dalla propria immagine, se non è approvato dall’altro.

A questo punto, ciò che abbiamo davanti non è più un bisogno fisiologico, ma una dipendenza: si opera quasi unicamente in funzione dell’approvazione altrui, senza considerare i propri desideri, il proprio volere.

Alcuni dei segnali più allarmanti che ci permettono di comprendere se una persona ha un bisogno disfunzionale di approvazione sociale sono: eccesso di perfezionismo, esagerata accondiscendenza e richiesta continua del parere altrui rispetto alle proprie azioni (Rota, 2019).

Il rischio maggiore è quello di perdere sé stessi. Il timore del giudizio altrui nasconde la paura del rifiuto e della solitudine. Inseguire le aspettative dell’altro lo allontana sempre più da noi; avvertire l’altro più lontano, di conseguenza, rischia di incrementare il bisogno della sua approvazione, annichilendo, però, sempre più la nostra personalità (Esposito, 2015).

La ricerca ossessiva della perfezione è straordinariamente rappresentata ne Il cigno nero (2010), film di Darren Aronofsky che racconta in maniera estremamente introspettiva la storia di una giovane ballerina che tenta in tutti i modi di eccellere nel mondo della danza, martoriando il proprio corpo scarno con ritmi disumani di allenamento pur di raggiungere la perfezione.

La voce pressante che risuona dentro di lei in modo angoscioso e che cerca continuamente di placare è quella della madre, sempre presente dietro ogni suo movimento.

La protagonista non si concede di vivere il piacere, la leggerezza o la spensieratezza; la sua esistenza è votata alla gratificazione delle aspettative di qualcun altro, qualcuno che magari aveva le medesime aspettative su sé stesso, senza però riuscire a realizzarle. Il finale del film è ben intuibile.

Alla luce di queste considerazioni può risultare utile provare ad essere più spontanei, evitando l’eccessiva accondiscendenza, imparare a discriminare le critiche costruttive da quelle manipolative, allentare la pressione del nostro giudice interiore e, nei casi più difficili, intraprendere un percorso di psicoterapia (Esposito, 2015).

A cura del

Dott. Luca Ciolfi

Con la supervisione del

TCE Therapy Center Corsi e Formazione

                                                                                                                    e

Dott. Elpidio Cecere


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