LA SINDROME DI HIKIKOMORI

Il particolare periodo storico che abbiamo vissuto negli ultimi anni correlato all’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ci ha dato l’occasione di riflettere e soffermarci su numerosi aspetti importanti.

Pensiamo ad esempio alla rilevanza del contatto fisico nella relazionalità con l’altro, la necessità che sentiamo di uscire e incontrare persone oppure l’estrema difficoltà e disagio ad essere costretti in casa con poche possibilità di evadere. Infatti, i periodi di quarantena forzata che più o meno tutti i paesi hanno adottato per combattere la diffusione del virus sono ricordati come periodi provati e sofferti per diversi motivi.

Non ci sorprende come a seguito di questi intervalli di tempo, secondo numerose ricerche, siano aumentati notevolmente svariati disagi psicologici della popolazione. Questo, però, non è vero per tutti. Ci sono delle persone che cercano volontariamente di isolarsi completamente dal resto del mondo.

Negli ultimi decenni, in particolar modo dagli anni ’90 del secolo scorso, questo fenomeno risulta essere sempre più diffuso. Si sta infatti cominciando a conoscere sempre di più la cosiddetta sindrome di Hikikomori. Quindi, che cos’è e in cosa consiste questa sindrome?

Osservata e descritta per la prima volta da uno psichiatra giapponese, la sindrome di Hikikomori consiste proprio in un volontario ritiro sociale. Infatti, dal giapponese Hikikomori deriva dal verbo hiku, cioè “tirare indietro” e komoru, cioè “ritirarsi”, quindi significa proprio “stare in disparte”, “isolarsi”.

Nonostante attualmente in Italia non esista una definizione diagnostica specifica, il fenomeno sembra stia attirando sempre di più l’attenzione per la sua graduale ed inesorabile espansione anche nel nostro paese. Esistono delle caratteristiche che sono state evidenziate e che permettono di riconoscere la sindrome.

In primo piano sicuramente c’è l’evidente ritiro sociale, queste persone infatti conducono la loro esistenza all’interno delle mura domestiche, uscendo pochissimo solo in caso di necessità e in casi più gravi non uscendo mai. Le interazioni sociali sono ridotte esclusivamente ai familiari se conviventi nella stessa casa. Molto spesso è presente anche un’alterazione dei ritmi del ciclo sonno-veglia.

Questa sindrome sembra colpire soprattutto gli adolescenti, probabilmente perché l’adolescenza è una delle fasi di vita più delicate in cui si prova ad allontanarsi dall’adulto per cominciare a socializzare con i propri coetanei. Purtroppo, però ci sono diversi fattori che possono incidere e influenzare questo processo e che quindi possono condurre al ritiro sociale.

Tra i maggiori fattori scatenanti troviamo, infatti, una bassa autostima che sfocia in un’estrema insicurezza nei rapporti sociali. Un altro fattore rilevante sembra essere la conflittualità all’interno del sistema familiare o dipendenza da uno dei genitori, oppure l’aver subito forme molto gravi di bullismo, nel contesto scolastico ad esempio.

Proprio a causa della sua recente evidenza, il trattamento di questa sindrome è ancora oggetto di studio e dibattito. Non esistono, quindi, attualmente linee guida stabilite per la sindrome di Hikikomori.

Sicuramente è consigliato l’intervento repentino di uno specialista, spesso associando la psicoterapia a un trattamento farmacologico, perché se non trattato il ritiro sociale può protrarsi per diversi anni, compromettendo in maniera significativa la qualità di vita della persona.

A cura della Dott.ssa Naomi Fusco

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