LA SINDROME DI STOCCOLMA:
La dipendenza affettiva dal sequestratore.
Una delle serie tv che ha riscosso grande successo mediatico è stata “La casa de papel”. Tra le vicende narrate vi è quella di Monica, una degli ostaggi, che si innamorò del suo sequestratore, Denver. Osservando attentamente la loro relazione amorosa, essa potrebbe essere frutto di ciò che viene definito come “Sindrome di Stoccolma”.
La sindrome di Stoccolma deve il suo nome a un evento di cronaca avvenuto in Svezia nell’agosto del 1973. Due uomini tentarono di rapinare la Sveriges Kredit Bank prendendo in ostaggio quattro impiegati, tre donne e un uomo. Il sequestro durò ben cinque giorni. Furono giornate intense e particolari, poiché mentre la polizia voleva trattare con i rapinatori per liberare gli ostaggi, quest’ultimi instauravano un rapporto di affetto e amicizia con i sequestratori.
La vicenda terminò quando i malviventi si consegnarono spontaneamente alla polizia, mentre le vittime furono rilasciate, senza aver subito atti di violenza. L’aspetto interessante è che gli ostaggi facevano visita ai sequestratori in carcere e una di loro divorziò dal marito per sposarsi con il rapinatore.
Dopo il sequestro, le vittime furono seguite da psicologi, i quali evidenziarono un grande paradosso: le vittime temevano di più l’azione della polizia che quella dei sequestratori, verso i quali nutrivano sentimenti positivi come simpatia, amore, comprensione. Inoltre, emerse come gli ostaggi si sentivano “in debito” con i loro sequestratori poiché avevano risparmiato le loro vite.
Lo psicologo e criminologo Nils Bejerot fu molto colpito dall’accaduto tanto da coniare il termine “sindrome di Stoccolma”. Essa è una relazione paradossale di dipendenza psicologica/affettiva in cui la vittima prova sentimenti di simpatia, empatia, comprensione e talvolta amore nei confronti dell’aggressore, arrivando ad istaurare un legame di sottomissione e una sorta di rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice (Strenzt, T. & Ochberg, F.M, 198
Durante la stesura della V edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentale, si è pensato di creare una sezione specifica per la Sindrome di Stoccolma, ma non essendoci un valido riscontro scientifico, essa non può essere considerata una vera e propria patologia tale da formulare una diagnosi e una specifica terapia (Biagini V, Zenobi S., Vargas M., & Marasco, M., 2010).
La sindrome di Stoccolma si manifesta in condizioni stressanti quali la presenza di una minaccia effettiva per la vita sia del rapitore che del prigioniero o quando non vi è possibilità di salvezza perché non esiste via di fuga (Graham D.L et all, 1995).
La Sindrome di Stoccolma si caratterizza per tre fasi:
- sentimenti positivi degli ostaggi verso i loro sequestratori in cui le vittime percepiscono alcuni gesti dei rapinatori, quali il fornire il cibo, come benevoli tanto da giustificare i comportamenti del sequestratore;
- sentimenti negativi degli ostaggi contro le autorità perché la vittima sentendosi isolato dall’ ambiente esterno, si avvicina sempre di più al rapinatore;
- ricambio dei sentimenti positivi dei sequestratori verso i prigionieri (Strentz, T & Ochberg, F.M, 1988), nonostante non esista alcun tipo di relazione.
Col passare del tempo, le vittime possono manifestare disturbi del sonno, fobie e depressione. Inoltre, i sentimenti positivi verso il carnefice non diminuiscono, anzi alcune vittime mantengono un atteggiamento ostile nei confronti della polizia e delle autorità e, talvolta, aiutano i loro ex carcerieri, rifiutandosi di testimoniare contro di loro.
Nessun piano terapeutico specifico aiuterebbe le persone con sindrome di Stoccolma; fondamentale è il tempo, necessario per elaborare ciò che si è subito e ristabilire un proprio equilibrio. La rete familiare e sociale della vittima può contribuire a superare le conseguenze della’evento attraverso il supporto e affetto.
Dott.ssa Sara Verdoliva
Commenta