Funzioni cognitive e attività cardiaca

La relazione cuore-cervello

Da decenni la ricerca scientifica evidenzia la relazione che c’è tra cuore e cervello. Quest’ultimi sono connessi tra loro in modalità tali che l’uno influenza l’altro e viceversa. La più importante comunicazione cuore-cervello è rappresentata dalla relazione tra funzioni cognitive (memoria, attenzione, linguaggio, etc.) le quali dipendono dal funzionamento di specifici circuiti cerebrali, e variabilità della frequenza cardiaca, che rappresenta un indice di funzionamento del cuore.

Nello specifico, la variabilità della frequenza cardiaca indica il tempo che intercorre tra un battito cardiaco e l’altro, tempo che non è costante, ma cambia continuamente. Ognuno di noi infatti, presenta una naturale variabilità della frequenza cardiaca in risposta a vari fattori, quali il ritmo del proprio respiro, stati emozionali, stress. Un’elevata variabilità della frequenza cardiaca è stata associata a un buon grado di adattabilità psicofisica alle situazioni stressanti e quindi ad una maggiore salute psicologica. Un aspetto interessante è che un valore elevato della stessa correla con un miglior funzionamento della corteccia pre-frontale, che è la parte più anteriore del nostro cervello, implicata nella pianificazione e regolazione del comportamento e in specifiche funzioni cognitive.

Il cuore infatti, è in comunicazione con quest’area del cervello tramite uno dei nervi più importanti e ramificati del nostro corpo, ossia il nervo vago. Un’elevata variabilità cardiaca genera quindi un incremento dell’attività di questo nervo che a sua volta determina un aumento del funzionamento della corteccia pre-frontale. Questo si traduce, come rilevato da diversi studi, in un miglioramento di specifiche funzioni cognitive, principalmente dell’attenzione sostenuta, ossia della nostra capacità di mantenere la nostra attenzione per un periodo di tempo prolungato (ad esempio su un’attività che stiamo svolgendo), e della memoria di lavoro, ossia quella memoria che ci permette di mantenere una quantità limitata di informazioni in un tempo limitato e di utilizzarle nell’immediato (ad esempio quando dobbiamo tenere a mente un numero di telefono per poi comporlo poco dopo).

Una variabilità cardiaca tendenzialmente elevata è stata associata anche ad una maggiore flessibilità cognitiva, ossia alla nostra capacità di rispondere in modo flessibile alle mutevoli richieste ambientali. La relazione tra attività cardiaca e attività cerebrale spiega il perché il declino fisiologico delle funzioni cognitive, che si riscontra in età avanzata, si associa spesso a disfunzioni cardiovascolari, sia inerenti alla variabilità della frequenza cardiaca sia anche alla pressione arteriosa. Viceversa, il rischio di deterioramento cognitivo sembra aumentare in presenza di disturbi cardiovascolari, come l’ipertensione (Thayer et al., 2010).

Conoscere e monitorare la propria variabilità cardiaca aiuterebbe quindi a mantenere una buona salute psicofisica e agire su di essa, ad esempio mediante tecniche specifiche di respirazione o Biofeedback, può essere una strategia efficace per prevenire problematiche legate alla pressione arteriosa e alle funzioni cognitive.

A cura della Dott.ssa Daddio Elisa

Commenta