Depressione: 5 pregiudizi da sfatare
In Italia ci sono circa 4 milioni di persone che soffrono di depressione, ma solo un terzo di queste segue un percorso di cura. Come mai? Quando si parla di depressione, come accade per tutte le altre malattie invisibili, spesso ci si scontra con un muro di pregiudizi e di ignoranza che vanno ad accrescere lo stigma legato alle patologie mentali. Molti di questi preconcetti sono così radicati nel nostro tessuto culturale e sociale che le persone depresse spesso non chiedono aiuto perché finiscono con lo stigmatizzare loro stesse. Si convincono che, se soffrono, è perché sono deboli e restano in silenzio trasportando da sole il peso di una malattia che invece si può curare e combattere.
Ora più che mai combattere lo stigma legato alla depressione è importante: l’OMS stima che nei prossimi 20 anni diventerà la malattia più diffusa al mondo. La consapevolezza è la prima strategia da mettere in atto. Cominciamo con lo sfatare i 5 pregiudizi più comuni sulla depressione.
1. A tutti capita di attraversare un brutto periodo
C’è un’idea molto diffusa che depressione sia sinonimo di tristezza e che sia normale essere depressi durante un periodo difficile. Se è vero che un’esperienza traumatica – un lutto, un divorzio, la perdita del lavoro – può generare un singolo episodio depressivo in chiunque, è un grosso errore paragonare la depressione alla tristezza.
Chi è depresso, in realtà, raramente si sente triste. La depressione è molto più simile a una sensazione di totale sconforto, di vuoto interiore e di perdita di interesse per ogni cosa, anche le proprie passioni. A questo si accompagnano malesseri fisici, come disturbi del sonno, dell’attenzione e dell’appetito, oltre a una persistente stanchezza che può rendere difficili anche attività come fare la doccia o pulire casa.
Ma soprattutto, questi periodi di disperazione non hanno necessariamente una causa scatenante. Chi soffre di un disturbo depressivo spesso non è in grado di motivare le sue emozioni negative, e finisce con l’aggiungere il senso di colpa a quello che è già un fardello emotivo difficile da sopportare.
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2. Per uscirne basta cambiare atteggiamento
È vero che pratiche di self-care e abitudini di vita corrette possono aiutare a prevenire o almeno alleviare qualche sintomo, ma non bisogna mai dimenticare che la depressione non è uno stato d’animo ma una malattia. Non si può smettere di averla solo perché lo si desidera, altrimenti nessuno sceglierebbe di soffrire!
Le tecniche di auto-aiuto secondo cui vedere il bicchiere mezzo pieno è la panacea di ogni male possono portare più danni che benefici se vengono proposte come unica soluzione al problema. Ci sono relazioni molto complesse tra l’equilibrio chimico del cervello, le condizioni ambientali e l’insorgenza di un episodio depressivo. La cura deve essere elaborata su misura in base alla storia di ogni singolo paziente e portata avanti con l’aiuto di uno specialista. Sentirsi dire che si può stare meglio semplicemente cercando il lato positivo o andando a passeggiare al parco non fa altro che aggiungere un senso di impotenza e debolezza a uno stato mentale già molto provato.
3. I farmaci sono come una droga
Come dicevo poco fa, la depressione è una patologia che va curata secondo uno specifico piano terapeutico. In alcuni casi, di solito quelli più gravi, il trattamento potrebbe includere l’assunzione di farmaci specifici per alleviare i sintomi peggiori. Davanti alla parola “psicofarmaci” molti si spaventano, temendo di diventare dipendenti e non riuscire più a smettere. In questo caso ci sono 3 cose da tenere a mente.
La prima è che la farmacologia ha fatto passi da gigante e gli antidepressivi non danno dipendenza. La seconda è che la depressione non si cura solo con i farmaci: è necessario accompagnarli alla psicoterapia. Infatti sarà proprio lo psicoterapeuta il principale alleato verso la guarigione. La terza è che il trattamento farmacologico è temporaneo: serve soltanto a ridurre i sintomi più acuti per permettere al paziente di raggiungere un certo livello di lucidità e lavorare su se stesso in maniera efficace insieme allo psicoterapeuta. Una volta spariti i sintomi peggiori, il trattamento farmacologico viene in genere sospeso e si prosegue solo con la psicoterapia.
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4. Se sei depresso, si vede subito
Uno dei preconcetti più difficili da abbattere è che molti pensano sia facile capire se una persona è depressa semplicemente in base a come si comporta. Eppure basta seguire i media per rendersi conto di quante celebrità dichiarano di convivere con questo problema nonostante in pubblico si mostrino sempre sorridenti e al massimo della forma. Vale anche per noi comuni mortali. Molte persone soffrono di depressione pur riuscendo ad avere una vita funzionale in cui sono produttivi al lavoro e sorridenti in compagnia, una funzionalità pagata a caro prezzo: si arriva a casa completamente esausti e non si riesce a far altro che andare a letto.
Il pregiudizio diffuso che i depressi siano musoni, gobbi e tristi rende ancora più difficile la battaglia per chi invece riesce ad essere produttivo: è come se queste persone dovessero addirittura dimostrare di stare male quando chiedono aiuto! Questo può portarli a sentirsi profondamente inadeguati. La fatica che deriva dal dover essere produttivi nella vita di tutti i giorni mentre si fanno i conti con i demoni della propria mente e già di per sé estenuante. Quando poi ci si paragona a quelli che invece riescono a fare tutto senza problemi, ci si sente deboli e incapaci di stare al mondo. In realtà la depressione dovrebbe essere trattata come una comune malattia: nessuno si sognerebbe di dirci di alzarci e lavorare senza fare troppe storie quando abbiamo l’influenza.
5. Chi parla di suicidio è solo in cerca di attenzioni
L’aspetto più pericoloso della depressione ─ e paradossalmente uno dei più sottovalutati ─ è la possibilità che insorgano pensieri di suicidio. È uno degli argomenti più difficili da trattare, preso poco sul serio e spesso liquidato come un tabu quando si prova a parlarne, eppure non bisognerebbe mai sminuire il grido di aiuto di una persona che non vede più una via di uscita.
Molte persone pensano che il suicidio sia una scelta egoistica e che un tentativo fallito sia una mera ricerca di attenzioni. Alcuni addirittura ritengono che non abbia senso cercare di salvare chi ha deciso che non vuole più vivere. Il problema di fondo è questo: chi comincia a pensare al suicidio non vuole porre fine alla sua esistenza, ma al suo dolore. Chi pensa a una soluzione così estrema non ha smesso di amare la vita, ma ha perso ogni speranza che le cose possano migliorare. Chi compie un gesto del genere non lo fa per egoismo, anzi, il più delle volte è convinto di essere un tale peso per i suoi cari che senza di lui staranno meglio.
Nessuno parlerebbe di una cosa del genere a cuor leggero, tantomeno solo per attirare l’attenzione. È importante esserci sempre, non sottovalutare le richieste di aiuto di chi sceglie di confidarsi su una questione tanto delicata. Ascoltare ed esserci per una persona può salvare una vita.
Hai sofferto o conosci qualcuno che ha attraversato il buio della depressione? Ricordati sempre che c’è una via di uscita: uno psicoterapeuta potrà aiutarti a ritrovare te stesso e la serenità che hai perso. I disturbi del tono dell’umore sono uno degli ambiti di specializzazione del Tce – Therapy Center.
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