25 Novembre

Sono María Argentina Minerva Mirabal nata il 12 Marzo 1926 a Ojo de Agua, la seconda di 4 sorelle. Oggi, 25 Novembre 1960, sono morta

Sono cresciuta negli anni della dittatura trujillista. Ho mostrato fin da bambina un carattere forte e indipendente e una grande passione per la lettura, per il mio paese e la libertà. Dopo la conclusione degli studi superiori, chiesi ai miei genitori il permesso di studiare Diritto all’Università, ma mia madre si oppose. Forse, lei era molto più consapevole di me, di quanto il mondo fuori fosse pericoloso. Nonostante nascosi la mia voglia di studiare, questa non scomparve e all’età di ventisei anni, riuscii a iscrivermi all’Università di Santo Domingo. Nel frattempo, mi innamorai e convolai a nozze. Frequentai l’università, fra divieti e revoche e alla fine mi laureai in Diritto.  Il 13 ottobre 1949 è una data che non dimenticherò mai. Quella è stata la sera che ha segnato l’inizio di una guerra alla mia famiglia. Osai sfidare apertamente il dittatore vigente, sostenendo le mie idee politiche e di lì a poco le cose cambiarono. Alla mia famiglia furono confiscati i beni e mio padre incarcerato. Era inaccettabile, dovevo oppormi. Il 9 gennaio del 1960, tenni nella mia casa la prima riunione di cospiratori contro il regime. Nacque il Movimento del 14 giugno. Presero parte al movimento anche le mie due sorelle Maria Teresa e Patria. “Era necessario dimostrare fino a che punto ed in quale misura il femminile fosse una forma di dissidenza”. La nostra opera rivoluzionaria fu tanto efficace che il dittatore esclamò: «Ho solo due problemi: la Chiesa Cattolica e le sorelle Mirabal». Fui incarcerata due volte con mia sorella. Fui condannata a cinque anni di lavori forzati. Ai nostri mariti furono riservate torture e la loro incarcerazione durò molto di più tempo. Il 25 novembre 1960, io e le mie sorelle, ci recammo a far visita ai nostri congiunti. L’auto sulla quale viaggiavamo venne intercettata e speronata. Fummo condotte in una piantagione di canna da zucchero. Quell’odore aveva accompagnato tutta la mia vita, non potevo immaginare che sarebbe stato l’ultimo che avrei sentito.  Le bastonate furono troppe e il nostro sangue era così tanto che sembrava coprire tutto il terreno. Non ricordo altro. So solo che volevano simulare un incidente, codardi. Con la nostra morte, Trujillo credette di aver eliminato un problema, ma non sapeva che quello era solo l’inizio. L’inizio della sua fine. Molte coscienze si scossero e il movimento culminò con il suo assassino. Dal 1981, gli attivisti dei diritti delle donne hanno scelto il 25 novembre come un giorno contro la violenza sulle donne, in ricordo del brutale assassinio delle tre sorelle.

Nel 1999, l’assemblea generale delle Nazioni Unite, ha istituito il 25 novembre come giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Da allora molte lotte sono state condotte e molti traguardi sono stati raggiunti. Però, con l’avanzare dei tempi, purtroppo, c’è stata un’evoluzione anche nella violenza. Nell’immaginario comune, in particolar modo in Italia, quando si parla di violenza sulle donne, si fa riferimento ad essa “in senso stretto”; si pensa che calci, pugni e vessazioni siano le uniche manifestazione e che venga esercitata dal partner o dai famigliari, principalmente tra mura domestiche. Quando parliamo di violenza dobbiamo tener conto di essa in ogni sfaccettatura: psicologica, economica, lavorativa, verbale, fisica, sessuale e digitale. L’era della digitalizzazione, la violenza, viene favorita e resa uno strumento di prevaricazione e rivendicazione. Parliamo del «revenge porn», diffusione non consensuale di materiale che ritrae le vittime nella propria intimità sessuale da parte di un ex partner. Eclatante, il caso dell’insegnante di Torino avvenuto qualche giorno fa e la triste storia di Tiziana Cantone, la cui vita è stata rovinata dal web in meno di 24 ore, portando la ragazza al suicidio, poco tempo dopo. L’indignazione dell’opinione pubblica deriva dal fenomeno denominato slut shaming, secondo cui l’uomo non deve rispondere della propria libertà sessuale, la donna, invece, deve rispettare dei canoni rigidi. Nel 2020 la sessualità femminile è ancora tabù, non è socialmente accettato che la donna la possa vivere liberamente. Queste forme di violenza sono alimentate dai media che nutrono il “victim blaming”, ossia la colpevolizzazione della vittima. Nell’ esposizione del fatto avvenuto, tendono a denigrare la vittima e giustificare l’aggressore. Ad esempio, vengono aggiunti alla storia dettagli del tipo: “la donna l’aveva fatto ingelosire” “era ubriaca” “aveva abiti succinti” al contrario, per l’uomo si utilizzano, invece, vezzeggiativi quali “è stata una goliardata” “era innamorato” “un importante uomo d’affari”. Processo per cui viene normalizzata la cultura dello stupro, aumentando la vergona e senso di colpa nelle vittime, disincentivate a denunciare. 

Spesso le donne subiscono violenza anche sul posto di lavoro. Basti pensare a tutte le volte in cui vengono prestazioni sessuali in cambio dell’assunzione, a tutte le volte che le donne vengono licenziate per il solo fatto essere in attesa di un bambino, a quando una promozione per una donna risulta sempre essere strana indi per cui deve aver per forza aver ricambiato con dei favori sessuali, o quando nella busta paga si ritrova uno stipendio inferiore al proprio collega svolgendo le stesse e identiche mansioni. Quindi, il problema risiede alla base, riteniamo ci sia tanto lavoro ancora da fare a partire dalla società.

Nell’estate del 2019 è stata approvata la cosiddetta legge Codice Rosso in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. Si è legiferato in merito alla rapidità dei processi per cui, la polizia giudiziaria e il pubblico ministero devono attivarsi immediatamente e la vittima dovrà essere ascoltata al massimo 3 giorni dopo la denuncia al fine di contenere il rischio di reiterazione.  La donna ha più tempo per denunciare, 12 mesi piuttosto che 6.  Il testo di legge, inoltre, inasprisce le pene e introduce il reato di revenge porn e quello di deformazione permanente al volto. 

Ad oggi, in materia di leggi sono stati fatti molti passi avanti, ma il nocciolo sostanziale del tema è la natura strutturale della violenza sulle donne. La violenza sulle donne è un’emergenza sociale che continua a resistere e persistere, per cui la necessità è quella di intervenire con opere di prevenzione e divulgazione per andare a scardinare i pregiudizi legati alla figura e al ruolo della donna nella nostra società. In Italia, sembrerebbe ci siano due direzioni contrapposte, da un lato, si investe a livello giudiziario per ribadire la forte presenza dello Stato nella tutela delle donne, dall’altro lato, però, è proprio lo stesso Stato a non investire nella creazione di luoghi di tutela e luoghi di formazione ed educazione al rispetto e alla parità di genere. Un grande assente è proprio la Scuola che continua a subire tagli ai suoi fondi. Questa Istituzione è un percorso che porterebbe al cambiamento di pensiero di milioni di ragazzi e ragazze, futuro del nostro paese. La scuola è un luogo dove lavorare per scardinare il patriarcato insito nella nostra società. Necessitiamo dell’evoluzione di un pensiero libero dall’esigenza di commenti sessisti nei confronti delle donne, libero da un occhio che sessualizza il corpo delle donne, libero dallo stereotipo che la donna debba occuparsi delle faccende domestiche e dei figli e libero dallo stereotipo che la donna in carriera non possa avere una casa e una famiglia.  Un pensiero libero dal pregiudizio che indossare una minigonna sia un atto provocatorio, libero dallo stigma che le donne siano il sesso più debole che vada protetto. Al pari dell’uomo, la donna è un essere umano e deve godere degli stessi privilegi dell’uomo, in modo tale che questi privilegi ritornino ad essere diritti

Servendoci del motto “Silence = Death, Act-up”, esortiamo a non cadere nel silenzio per non soccombere alla violenza.

Dott.ssa Giuseppina Angelino Daniele 

Dott.ssa Martina Antico 

Dott.ssa Chiara Castaldo 

Con la supervisione del Dott.re Elpidio Cecere 

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