
Dolore: come gestirlo.
Gli aspetti positivi di questa emozione
Le emozioni costituiscono una componente essenziale della vita quotidiana di ciascuna persona. Nella pratica clinica si parla di emozioni funzionali e disfunzionali innescate da diversi stimoli capaci di condizionare il comportamento degli individui.
Le definizioni di emozioni fornite dalla letteratura sono molteplici; Kleinginna (1981) ne ha raccolte varie sintetizzandole in un’unica massima: ” L’emozione è un insieme complesso di interazioni fra fattori soggettivi e oggettivi, mediati da sistemi ormonali/neurali, che possono: suscitare esperienze affettive come senso di eccitazione di piacere e dispiacere; generare processi cognitivi come effetti percettivi rilevanti e/o valutazioni cognitive; attivare adattamenti fisiologici difronte a condizioni di eccitamento; condurre ad un comportamento espressivo con scopo adattivo”.
Una delle personalità che ha dedicato più di quarant’anni allo studio delle emozioni e alla loro esteriorizzazione è Paul Ekman, il quale sostiene che abbiano una base innata e non appresa. Ekman ha studiato come attraverso alcuni comportamenti, le emozioni si siano evolute per il loro valore adattativo promuovendo il processo di sopravvivenza. Ad esempio, la paura, atta ad evitare il pericolo, genera oltre ad una risposta fisiologica, anche una rispostata istintiva di fuga o attacco.
L’emozione sulla quale in genere ci si pronuncia poco, per la propria accezione negativa, è quella legata al dolore. Essa viene riconosciuta, generalmente, con la tristezza. Alcuni studiosi come Lazarus (1994) e Zisowitz Stearns (1993) ritengono che definirla come un’emozione sia fuorviante, in quanto sarebbe più adatto parlare di stato d’animo. Il dolore racchiude quell’esperienza emotiva negativa legata a stati di sofferenza, infelicità, malumore, lutto, frustrazione, angoscia ecc.
Essi sono stati emotivi che si provano in situazioni di irrequietezza e che possono riguardare la sfera fisica e mentale. Celebre è la scena del film Million Dollar Baby diClint Eastwood che ritrae Maggie Fitzgerald mentre incassa un colpo particolarmente violento.
L’espressione della protagonista fa riferimento, ovviamente, al dolore fisico ma anche a quello psicologico poichè realizza che quel colpo segnerà la fine della propria carriera.
Secondo Tomkins (1962), le cause del dolore possono annidarsi essenzialmente in: dolore fisico; perdite o ansie legate a rapporti interpersonali che generano abbandoni; frustrazioni o delusioni causate da discrepanze tra aspettative e realtà. Come ogni emozione, anch’essa genera reazioni istintive per lenire le sensazioni suscitate quali desiderio di solitudine, crisi di pianto, sonnolenza, ruminazione di pensieri.
Questi automatismi, pur essendo utili ad esternare e ad attenuare la tristezza, ne rallentano l’elaborazione. La tristezza causa nell’individuo la sensazione di essere frastornati, mancanza di concentrazione, movimenti rallentati. Anche l’espressione facciale cambia, infatti, il volto di chi sta provando tristezza: si presenterà con occhi socchiusi, sopracciglia, fronte corrugate e bocca inarcata all’ingiù (Ekman, 1979).
Nonostante ciò, la tristezza ha una sua funzionalità. Il dolore, infatti, soprattutto quello fisico, ha una funzione di segnalazione di uno stato di pericolo che spinge l’individuo a porvi rimedio e ad elaborarne il significato. La tristezza è l’emozione generata dagli antecedenti del dolore che bisogna imparare a gestire. Concezione sbagliata circa la gestione emotiva è quella di ritenere che le emozioni vadano controllate, dandone un margine di razionalità.
Controllare un’emozione è non solo complicato ma anche controproducente. Le emozioni vanno espresse, vissute, sentite, affrontate e, soprattutto, non evitate. Esaminare troppo le emozioni può farci non vivere pienamente delle esperienze fondamentali. Ciò potrà, poi, ripercuotersi in modo disfunzionale su noi stessi.
Vivere le emozioni in modo funzionale, vale a dire imparare a gestirle attraverso il processo di autoregolazione. Questo processo ci permette di adattarci in modo adeguato ad una determinata realtà. Per autoregolazione intendiamo la capacità di gestire e mediare le risposte emotive avverse (Sullivan, 2018); vale a dire essere in grado di fronteggiare l’emozione che si sta provando in modo amplificato senza ricadere in escamotage esterni come ad esempio cibo, farmaci, sostanze ecc.
Un esempio di autoregolazione emotiva lo si può ritrovare nella competizione sportiva con la rabbia. La rabbia è un’emozione attivante e può manifestarsi attraverso comportamenti aggressivi che causano un dispendio di energie utili e, dunque, diminuiscono le probabilità di successo.
Robazza, Bertollo e Bortoli (2006) sottolineano come la rabbia, se gestita e non repressa, possa avere un ruolo incentivante. Infatti, questa emozione, se dosata a livelli adeguati attraverso l’utilizzo di specifiche strategie di allenamento mentale pre e post allenamento, risulta d’aiuto alla performance.
. Per poter essere autoregolate, le emozioni, devono prima essere sperimentate. “La boxe è qualcosa di innaturale perché si fa sempre tutto al contrario. […] Invece di allontanarti dal dolore, gli vai incontro.” Riprendendo la celebre frase del film Million Dollar Baby, proprio come in un incontro di boxe quando si ode “fuori i secondi”, sul ring bisogna rimanere soli con il proprio avversario, guardarlo negli occhi e andargli incontro.
Banalmente, il primo passo per gestire in modo funzionale la tristezza è farsi inondare da essa e accoglierla. C’è bisogno le si dia il giusto spazio, essere pazienti, accusarne i colpi e viverla cercando di capire cosa l’abbia scaturita.
Rimè (1990) ha studiato l’importanza della condivisione sociale delle emozioni. Ha evidenziato come parlare con gli altri delle emozioni che si provano possa apportare diversi benefici come ad esempio la rielaborazione a livello cognitivo delle sensazioni provate. Inoltre, parlare di uno stato emotivo con gli altri, in modo ripetuto, aiuta a prenderne distacco.
Nei casi più “gravi”, quando la tristezza diventa acuta, il consiglio è quello di rivolgersi ad uno specialista. Dalla letteratura si evince come la terapia cognitivo-comportamentale sia particolarmente centrata a questo tipo di problematiche, agendo essa su aspetti emotivi e cognitivi strettamente legati al dolore.
. Lo scopo di questa terapia è proprio quello di dare una prospettiva diversa per poter accettare e gestire, attraverso strumenti e tecniche di pianificazione, respirazione, ristrutturazione cognitiva, il senso di angoscia causato dalla tristezza intensa, mantenendone i risultati a lungo termine.
Imparare a gestire la propria emotività è l’arma vincente per trasformare i vissuti emotivi che sembrano avversi in risorse che vadano a potenziare la nostra quotidianità.
Per approfondimenti e curiosità:
Film:
- Million dollar baby di Clint Eastwood, 2004.
- Inside Out di Pete Docter e Ronnie del Carmen, 2015. Walt Disney Pictures.
Libri:
- Goleman, D. (2011). Intelligenza emotiva. Rizzoli Editore.
- Ekman, P. (2003). Te lo leggo in faccia. Amrita Editore.
- Ekman, P. (2021). Giù la maschera. Giunti Editore.
A cura della
Dott.ssa Martina Antico
Con la supervisione del:
TCE Therapy Center Corsi e Formazione
e
Dott. Elpidio Cecere
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