
“SÌ, SIGNORE!”
Il lato drammatico dell’autorità paterna
Nel film di Peter Weir L’attimo fuggente (1989), Neil, uno dei ragazzi protagonisti, subisce l’autorità dispotica del padre, che lo vorrebbe laureato in Medicina, mentre il ragazzo desidera ardentemente recitare.
Il padre gli tarpa le ali in diversi modi: lo costringe a frequentare un corso estivo di chimica, pretende il massimo dei voti in tutte le materie, non gli concede la benché minima possibilità di opporsi ai suoi ordini e, al termine di un fatale momento di discussione, in cui il padre gli toglie tutto, il ragazzo risponde con un disperato “Sì, signore!”.
Quando la voce arriva da una sola direzione, ed è una voce pesante, il dramma è servito. Non c’è possibilità di dialogo, di crescita personale e relazionale, di progettare né tanto meno di realizzare i propri sogni.
L’adolescente è, per definizione, ribelle; se a un adolescente non viene concessa la possibilità di opporsi ai genitori, con i dovuti limiti, ciò equivarrà a bloccare un processo psico-fisiologico naturale. La repressione di un sentimento o di un’emozione non è, quasi mai, salutare all’individuo, qualunque sia la sua età.
Dietro il concetto di “autorità” c’è quello di “proprietà”: i figli vengono così percepiti da questa tipologia di padri, proprio come delle loro proprietà (Caria, 2019). Lo psichiatra italiano Giovanni Bollea, nel suo saggio Le madri non sbagliano mai (2015) affronta, tra i vari argomenti, la distinzione tra autorità e severità.
Dal suo punto di vista, l’autorità non deve impedire al padre di giocare e parlare con i propri figli: l’autorità, dunque, deve essere il risultato di qualità morali e intellettuali, non formali. La pedagogia paterna andrebbe impostata sul binomio autorità-amicizia.
Innumerevoli fattori possono contribuire nella determinazione di una figura genitoriale paterna autoritaria, ma ciò che solitamente le accomuna è un forte condizionamento sociale che porta l’uomo a mostrarsi sempre forte ed autoritario per non sembrare “debole”. Purtroppo, questa mascolinità tossica porta il padre a rifiutare qualsiasi relazione affettiva funzionale verso i figli, i quali assimileranno a loro volta che mostrare le proprie emozioni ed esprimere affetto sia sbagliato. Questa erronea concezione dell’affettività spinge i figli verso un sempre maggiore senso di inadeguatezza che potrebbe portarli a ripetere a loro volta lo stesso stile genitoriale ricevuto, nel tentativo di sentirsi socialmente riconosciuti ed accettati.
In definitiva, la differenza sostanziale tra genitore autoritario e genitore autorevole sta nel fatto che, in seguito all’errore di un figlio, il primo richiede obbedienza, senza possibilità di scendere a compromessi, mentre il secondo reagisce con comprensione e rispetto del punto di vista altrui. Un atteggiamento, quest’ultimo, di gran lunga migliore del primo rispetto alla crescita mentale dei propri figli, che si sentiranno più liberi di agire, di sperimentare senza timore di punizioni da parte dell’altro in seguito a un proprio errore. Come si sente dire spesso, ed è una grande verità, gli errori non devono essere visti come fallimenti ma come elementi necessari per migliorare e crescere.
A cura di:
Dott. Luca Ciolfi
Dott.ssa Kimberly Loffredo
Con la supervisione del:
TCE Therapy Center Corsi e Formazione
e
Dott. Elpidio Cecere
Commenta