IL TUO DOLORE È IL MIO DOLORE

La compassione come cura dell’anima

Sarà capitato quasi a tutti, almeno una volta, di sentire il dolore dell’altro come se fosse il proprio dolore. Compassione è il nome che attribuiamo a questa condivisione, che non è altro che la partecipazione emotiva alla sofferenza dell’altro.

Essa comporta effetti benefici sia in chi la esercita sia in chi la riceve: offrire onestamente il proprio aiuto dona un senso di pace interiore; aiutare gli altri, inoltre, riduce i sintomi depressivi e aumenta il livello di soddisfazione per la propria vita.

Quella della compassione è una dimensione che non implica il giudizio. Laddove c’è giudizio non può esserci compassione. Se potessimo rappresentarla con un’immagine potremmo pensare a due persone che camminano insieme sullo stesso angusto sentiero.

A differenza di quanto si possa pensare, la compassione non ha una valenza negativa, anzi, è una grande virtù; essa, infatti, implica uno sviluppo morale umano molto alto. Lo sviluppo della compassione ha le sue origini nell’attaccamento sicuro, caratteristico di quei bambini, poi adulti, che grazie a relazioni sane vissute sin dall’infanzia riescono a sviluppare una capacità di ascolto di sé stessi e degli altri.

Inoltre, è stato dimostrato che gli individui percepiti come simili a sé evocano più compassione e, a parità di situazione, inducono i soggetti ad attuare comportamenti altruistici rispetto a quelli messi in atto rispetto a persone diverse.

La sofferenza dell’altro ci risuona per identificazione (“Mi dispiace che stia soffrendo”). Il dolore e l’angoscia personali sono grandi motori che permettono lo sviluppo della compassione.

Risulta, quindi, chiaro che la compassione non è soltanto una pratica spirituale che si impara nei monasteri tibetani attraverso percorsi ascetici. Essa si sviluppa, soprattutto, tramite la presa di coscienza della propria finitezza umana. “Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie” recitava Ungaretti.

Nonostante la predisposizione umana ad aiutare il prossimo, spesso, risulta difficile attuare questo soccorso. Vi sono una serie di motivi che spiegano questo fenomeno, tra cui la paura di sentirsi vulnerabili nel tendere la propria mano all’altro e la paura del possibile risveglio delle proprie emozioni negative evocate dall’ascolto della sofferenza altrui.

Quando in psicoterapia si riesce ad ascoltare davvero l’altro, si genera un miracolo, si produce un cambiamento dettato dall’essere compresi, ascoltati. Dunque, provare compassione non si riduce a provare pena per l’altro, ma rappresenta la spinta motivazionale che permette all’altro, attraverso il nostro aiuto, di alleviare le proprie sofferenze.

                                      A cura del

Dott. Luca Ciolfi

Con la supervisione del

TCE Therapy Center Corsi e Formazione

                                                                                                                    e

Dott. Elpidio Cecere

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