L’apprendimento nei bambini e negli adolescenti:

il processo psicologico.

Quando si parla di apprendimento si fa riferimento a un processo che interessa, in maniera particolare, bambini e adolescenti. La pedagogista Maria Montessori (1952) definì la mente del bambino, una mente assorbente in grado di assorbire, in maniera inconscia e senza il minimo sforzo, gli elementi presenti nell’ambiente, favorendo così l’assimilazione di comportamenti nuovi.

Nel corso della vita, gli esseri umani sviluppano capacità e comportamenti, risultato tanto dell’influenza dell’ambiente o dello sviluppo individuale che di una loro reciproca influenza.

In ambito psicologico, il termine apprendimento rimanda al “cambiamento, relativamente stabile, del comportamento di un soggetto di fronte a una situazione che si ripete nel corso del tempo (Feldman,2005)”. È bene però non confondere l’apprendimento con le tendenze innate, la maturazione del soggetto o gli stati di momentanea alterazione dovuti all’assunzione di alcool o droghe.

Nonostante esista una chiara e netta definizione di apprendimento, nel panorama teorico si sono affermate numerose prospettive che tentano di spiegare il meccanismo attraverso cui esso avviene. È possibile distinguere tra teorie associazioniste, incentrate sull’associazione tra uno stimolo presente nell’ambiente e le risposte fornite dal soggetto, e le teorie cognitive, le quali sostengono che l’apprendimento sia dovuto alla modifica di funzioni cognitive per favorire l’elaborazione di stimoli nuovi.

Alla prima categoria appartengono il condizionamento classico, il condizionamento operante e l’apprendimento sociale. Ivan Pavlov (1903) giunse alla teorizzazione del condizionamento classico, basato sull’associazione tra uno stimolo e una risposta. Noto è l’esperimento condotto sui cani in cui l’animale, esposto a due stimoli associati (il suono di una campanella e la presentazione del cibo), salivava. Dopo varie prove, il cane apprese tale associazione, tant’è che al suono della campanella, non seguita dal cibo, il cane riproduceva il medesimo comportamento. Nel condizionamento operante, Skinner (1938) ritenne che il comportamento venisse appreso dal soggetto solo se ad esso seguiva un rinforzo che incrementa il ripetersi di tale risposta. Per contro, se uno stimolo è seguito da una punizione, il comportamento cesserà.

Infine, vi è l’apprendimento sociale di Albert Bandura (1964), i cui studi si sono incentrati sull’ osservazione del comportamento di bambini. In particolare, i piccoli venivano divisi in due gruppi; al primo si mostrava un video in cui l’uomo abbracciava e coccolava un peluche, mentre al secondo gruppo veniva proiettato un filmato in cui il protagonista agiva comportamenti aggressivi, quali schiaffi o calci, verso il pupazzo. Come ritenuto da Bandura, i bambini tendono a ripetere il comportamento al quale sono esposti in quanto, dopo averlo osservato, lo immagazzinano in memoria per recuperarlo e utilizzarlo al momento opportuno.

Appartengono, invece, alle teorie cognitiviste l’apprendimento per insight (1968), teorizzato dalla Gestalt. Si tratta di un processo attivo e intelligente di ristrutturazione cognitiva in cui singoli elementi sono collegati tra di loro per formare un insieme. A esso, si aggiunse la prospettiva modulistica di Jerry Fodor (1983), il quale ipotizzò l’esistenza sia di moduli incapsulati, specializzati, poco flessibili, ma veloci che elaborano l’informazione proveniente dai sistemi sensoriali, sia di un elaboratore centrale che riceve dati dai vari moduli, li integra e interpreta favorendo così l’apprendimento.

Nel corso del tempo, alle teorie associazioniste e cognitiviste si affiancò una nuova prospettiva: l’apprendimento culturale. L’essere umano è un animale sociale immerso in un ambiente. Dalla reciproca influenza tra individuo e ambiente si acquisiscono nuove informazioni, le quali vanno ben oltre la dotazione genetica del soggetto, favorendo così l’apprendimento.

Quando si parla di apprendimento non bisogna considerare solamente il processo psicologico che vi è alla base, ma bisogna annoverare fattori esterni o interni che giocano un ruolo determinante nello sviluppo del bambino. Vi sono da citare i fattori ambientali quali il contesto dove il bambino vive e cresce. Studi recenti dimostrano come i bambini che crescono in un quartiere in cui la criminalità è un aspetto centrale, da adolescenti mostreranno una maggiore incidenza nel mettere in atto comportamenti antisociali a cui sono stati esposti (Santinello, Dallago e colleghi, 2006).

I fattori ereditari, invece, possono generare difficoltà nel bambino o nell’adolescente impedendo il normale sviluppo delle capacità intellettive. Si pensi ai bambini con DSA (disturbo specifico dell’apprendimento) che manifestano difficoltà nello sviluppo delle competenze di base quali la lettura, la scrittura e il calcolo.

Si deduce che l’apprendimento è un processo psicologico ma influenzato dal contesto socio-culturale e dall’ereditarietà del soggetto che non dovranno essere trascurati nell’analisi del fenomeno.

A cura della

Dott.ssa Sara Verdoliva.

Commenta